Italia Nostra

Articolo tratto dal sito "Italia dall’estero"
"Italia nostra"
Pubblicato giovedì 9 aprile 2009 in Spagna
[El Pais]

Pubblicato giovedì 9 aprile 2009 in Spagna
[El Pais]

Mi manca la mia Londra, mi manca l’odore di un paese che non mi è familiare, mi manca un miscuglio di lingue straniere e case in affitto e cibi che non sono abituata a mangiare. Mi mancano le etichette dei supermercati stranieri, diverse dalle nostre. Mi manca quella provvisorietà e instabilità e imprevedibilità della vita. Sono tornata a sentirmi irrequieta, a sentirmi fuori posto qui.
- Ecco – diceva Katavasov, spiccicando le parole per l’abitudine di parlare in cattedra: -che ragazzo intelligente era il nostro amico Konstantin Dmitric! Ne parlo al passato perchè quello non esiste più. Un tempo amava la scienza; quando uscì dall’università si occupava di questioni umanitarie: ora adopra la metà delle sue facoltà a illudere se stesso e l’altra metà a dare uin’apparenza di ragione alle sue illusioni.
La mia inquietudine me la tengo stretta. Mi fa stare male, mi impedisce di vivere una vita equilibrata, spesso mi impedisce di stare al passo con la ferrea tabella di marcia che i miei numerosi impegni richiederebbero, ma me la devo tenere stretta. Ho avuto questa intuizione e non vi so spiegare bene il perché. Ma deve essere così, ci devo tenere alla mia inquietudine perché è quella che mi mantiene in vita. Qualche sospetto l’avevo avuto già da tempo. Soprattutto quando mi chiedevo perché cazzo mai ogni volta che raggiungo un po’ di serenità devo mandare tutto a puttane e mi devo mettere in qualche modo nella merda. Io ci sguazzo nell’inquietudine. E l’intuizione che ho avuto è questa: non che io sia felice di quella costante mancanza di terra sotto i piedi, di quell’agitarsi di pensieri e battiti accelerati e incapacità di stare ferma. No, non è piacevole, a volte è una tortura. Quante notti ho passato in macchina a vagare senza meta solo perché starmene a casa era uno strazio. Ma un breve attimo di conoscenza intuitiva mi ha suggerito che la mia inquietudine è il prezzo da pagare per qualcosa che vale infinitamente di più. Me stessa, il mio modo di essere, il mio rifiuto per i compromessi, la mia libertà. Per essere serena la gente rinuncia a qualcosa. Sogni, ambizioni, desideri e tutto quello che fa di noi stessi noi stessi. La serenità è una droga pesante, dà assuefazione. Per questo è difficile uscirne. Ma io ambisco a una serenità onesta e gratuita. Se mi deve rubare qualcosa allora non la voglio. E l’inquietudine è lo strumento che uso per cercare la felicità che ho in mente io. La mia idea di felicità che non coincide con quella che cercano di propinarmi. La felicità non è un uomo che mi vuole bene, una bella casa, un contratto a tempo indeterminato. La felicità è uno stato d’animo prima di tutto e proprio perché risiede dentro di me, non è ammissibile che sia in contrasto con una qualsiasi parte del mio modo di essere. Se per pagarmi la mia bella casa devo passare otto ore a fare un lavoro che non mi interessa la casa non la voglio. Un uomo che mi vuole bene non basta se non sono innamorata. Se non lo desidero come il primo giorno, se mi viene voglia di andare a letto con un altro. Certo in due è tutto più facile. Soprattutto è scongiurata la paura della solitudine. Ma preferisco il mio onesto star sola ad un confortante rapporto di affetto e di reciproca dipendenza senza amore. Ecco perché sono orgogliosa di accettare il pesante fardello della mia inquietudine. Solo chi ha una certa forza di carattere può sostenere questo peso, ma è proprio questo peso che spinge a cercarla ancora, la propria personale felicità, quella che non ti chiede di rinunciare a nessuna parte di te stesso.
-E ora veniamo a te mio luccicante amico, tu desideri un cuore. Non immagini quanto tu sia fortunato a non averlo, i cuori non saranno mai una cosa pratica finchè non ne inventeranno di infrangibili.

Laggiù,agli orli del calice sempre ricolmo, le acque tiepide arrossiscono come il vino. La fronte d’oro scandaglia l’azzurro. Il sole che si tuffa, sceso lentamente dal meriggio, va giù. E la mia anima sale. Stanca dell’erta che non ha mai fine. E’ dunque troppo pesante la corona che porto, questa mia corona di ferro di Lombardia? Eppure splende di tante gemme. Io che la porto non vedo i suoi lampeggiamenti lontani, ma sento oscuramente di portare una cosa che abbaglia e confonde. E’ ferro, lo so: non oro. Ed è anche spaccata, lo sento. Il suo bordo intaccato mi tortura tanto che il mio cervello sembra pulsare contro il metallo vivo. Sicuro, è un cranio d’acciaio, il mio; di quelli che scendono senza elmo nella zuffa più massacrante.
Arsura sulla mia fronte? Oh ci fu un tempo che l’alba mi stimolava generosamente e il tramonto mi dava sollievo. Ora non più. Questa luce bella non illumina me, ogni bellezza per me è angoscia, perchè non provo più gioia. So percepire il sublime e mi manca la bassa capacità della gioia. Sono dannato nel modo più sottile e perverso, dannato in mezzo al paradiaso! Buona notte! Buona notte!
Il capitano Achab

Zidane, Materazzi e Moggi sono su una spiaggia in Arabia Saudita a bersi una cassa di alcool di contrabbando, quando all’improvviso arriva la polizia e li arresta. Il solo possedere alcool in Arabia Saudita è un crimine grave quindi, per l’ancor più terribile crimine del consumo di alcool, vengono condannati a morte. Tramite gli intrallazzi di Moggi e con l’aiuto di avvocati molto in gamba riescono a tramutare la sentenza di morte in prigione a vita. Fortuna vuole che il giorno in cui il processo finisce, in Arabia Saudita è festa nazionale e lo Sceicco essendo di buon umore decide che questi possono essere liberati e puniti con solo 20 frustate a testa. Mentre si preparano per la punizione, lo sceicco dice: – Oggi è il compleanno della mia prima moglie e lei mi ha chiesto di esaudire un desiderio ad ognuno di voi prima di farvi frustare. Per primo tocca a Moggi che ci pensa un po’ e dice: – Legatemi un cuscino sulla schiena! – Così viene fatto, purtroppo il cuscino dura solo 10 frustate e le altre 10 gli lacerano la schiena e così lo portatano via sanguinante e in agonia. Poi tocca a Zidane che, vista la scena, dice: – Legatemi 2 cuscini sulla schiena! – Ma i due cuscini durano solo per 15 frustate, le altre 5 gli lacerano la schiena e anche lui viene portato via sanguinante e piagnucolante come una bambina. E’ ora il turno di Materazzi ma prima che questi possa dire qualcosa, lo sceicco dice: – Tu sei un campione del mondo e per questa ragione ti concederò ben due desideri. – - Grazie, Sua Altezza! – risponde Materazzi – In ammirazione della Vostra clemenza come primo desiderio voglio che mi siano date 100 frustate invece di 20 … – Non solo sei un campione, ma sei anche coraggioso! – esclamò lo Sceicco con ammirazione. – Ebbene se 100 frustate sono il tuo desiderio così sarà fatto. Ora dimmi… qual è il tuo secondo desiderio? – - Legatemi Zidane sulla schiena …!!!
Ho ucciso un tasso. L?ho investito ieri sera con la macchina. Era tardi e avevo sonno e correvo come una pazza. E? sbucato dal nulla, non ho avuto tempo nemmeno di provare a frenare. La macchina ha sobbalzato e ho capito che avevo ucciso qualcosa. Ho fatto inversione e sono tornata a vedere. Ero terrorizzata da quello che avrei potuto trovare invece non c?era sangue, solo quel corpo peloso ancora caldo. Per fortuna non era agonizzante, l?ho ucciso sul colpo. Un?altra macchina si era fermata a vedere di che animale si trattasse. Un tizio è sceso e mi ha trovata in lacrime.
Il cadavere andava spostato dal centro della carreggiata altrimenti altre macchine gli sarebbero passate sopra e lo avrebbero squartato, ma non avevo il coraggio di scendere, di sentire il calore di quel corpo, ultima traccia della vita che avevo stroncato. Una volta trovai una volpe morta al centro della strada e mi fermai per toglierla di mezzo. Non mi fece molta impressione finchè non la toccai, era calda. Provai un dolore improvviso per quell?essere innocente e inconsapevole e piansi anche allora. Non lo so perché, ma il calore di un corpo senza vita mi commuove e mi terrorizza e ieri sera mi è tornata in mente quella volpe e mi è presa un?angoscia insostenibile al pensiero di dover toccare ancora un caldo corpo senza vita, stavolta ucciso da me. Quando il corpo si fredda diventa solo materia. Atomi e molecole che si disgregano e vengono riciclati, ma quando è ancora caldo, un corpo è come se contenesse ancora l?anima. Me ne stavo lì immobile, a piangere, a spiegare al tizio che ero stata io a ucciderlo mentre quest?ultimo, preoccupato per me, mi diceva che non era successo niente di grave e che l?importante era che non mi fossi fatta niente io. E? stato molto gentile, mi ha chiesto se me la sentivo di guidare fino a casa e mi diceva di stare tranquilla, mentre un suo amico prendeva per la coda la mia vittima e mi evitava così l?incubo di doverlo fare io. Ho continuato piangere per tutta la notte, a pensare che se fossi andata più piano quel tasso sarebbe ancora vivo e al buio se ne potrebbe andare ancora in giro a cercar da mangiare.

L?Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Significa che la società italiana è strutturata in modo tale che ogni individuo, attraverso la propria professione o mestiere, sia utile ai suoi simili, si metta a loro servizio. Nella società moderna c?è bisogno di tutte le figure professionali possibili immaginabili. Avvocati, notai, netturbini, muratori e semplici operai, medici, infermieri, scienziati, contabili, ingegneri, camerieri, baby sitter, informatici, fabbri, falegnami, autisti, ferrovieri, piloti e chi più ne ha più ne metta. Di nessuna di queste figure elencate (e di tante altre), la società moderna può fare a meno. Senza tutti questi lavoratori, crollerebbe presto l?economia e si vivrebbe nel caos, per questo bisogna avere un grande rispetto per tutta la gente che lavora.
Altre due celebri massime che riguardano il lavoro sono: ?il lavoro rende liberi? e ?il lavoro nobilita l?uomo? due frasi vere, di cui però, a pensarci bene, è vero anche l?esatto contrario. L?essere umano non è adatto all?inattività, l?ozio, se si prolunga oltre le tre settimane di ferie estive, ci aliena, ci deprime, ci spegne, anzi, ci mette in stand by , che è anche peggio perché siamo vivi,ma ci sentiamo morti. L?uomo ha bisogno di lavorare, per non sentirsi inutile e ha bisogno di uno stipendio per tirare avanti, per essere libero di comprare ciò di cui ha bisogno e anche qualcosa di superfluo. Avere uno stipendio che ti permette di mantenerti, ti da una dignità e per questo è grave il problema della disoccupazione e del lavoro precario. Ma è vero anche che la libertà è un concetto relativo e forse anche un po? utopico. Infatti, i primi a non sentirsi liberi, sono proprio i lavoratori. Con i giorni di permesso contati, le ferie programmate, gli orari da rispettare, la testa da abbassare con il capo; e riguardo al fatto che nobiliti? vallo a dire a un operaio che lavora in fabbrica e passa le sue otto ore davanti un nastro trasportatore a ripetere continuamente lo stesso movimento. Il problema è che pochissime persone hanno il privilegio di fare un lavoro che gli piace, la vita di tutti gli altri oscilla continuamente tra lo spettro dell?inattività e la realtà di un lavoro che odiano, a stretto contatto con persone che non sceglierebbero mai come amici. Dopo un periodo di disoccupazione (con tutti i problemi economici che ne derivano) anche il lavoro peggiore che si possa immaginare appare come una manna dal cielo, perché nella vita bisogna arrangiarsi, ma poi si scopre che una certa tranquillità economica non ha niente a che fare con la felicità, né con la qualità della vita. Serve solo a sopravvivere. Coi contratti che girano oggi, poi, oltre a fare un lavoro di merda (scusate se sono scurrile, ma l?espressione rende meglio l?idea), spesso non hai neanche l?indipendenza economica completa e sei costretto a vivere ancora coi tuoi genitori (nella migliore delle ipotesi).
Questa cosa della società fondata sul lavoro, poi, non è che l?abbiamo inventata noi, tante comunità animali ce l?hanno. Prendi le formiche o le api. Tutti insetti laboriosi che cooperano per la conservazione della popolazione a cui appartengono. Ora, io le formiche le ho osservate a lungo, è da quando ero piccola che ne sono affascinata e ancora oggi, che ho 26 anni, mi lascio ipnotizzare a lungo da questi animaletti quando me ne capita l?occasione. Ebbene, potrei sbagliarmi, ma non ne ho mai vista una che si ribellasse al compito che gli è dato di svolgere. Escono ed entrano continuamente dai loro formicai cariche di semi, briciole e ogni sorta di viveri, mantengono una fila ordinata e non ce n?è mai nessuna che fa la furba e cerca di acquattarsi per risparmiarsi qualche viaggio. Ogni formica sa che se l?inverno vuole mangiare, l?estate deve fare quel lavoro che le è direttamente utile. Forse è questo il problema, che l?operaio o l?impiegato che svolge un lavoro alle dipendenze di qualcun altro, non ha questa sensazione di fare qualcosa direttamente per se stesso, ma lavora costantemente per qualcun altro dietro compenso. Insomma, tutte le società (non solo quella umana) sono Repubbliche fondate sul lavoro, ma noi ci siamo complicati la vita con un sistema economico complesso e articolato all?interno del quale, tutti hanno bisogno di tutti, ma nel quale, per avere ciò di cui abbiamo bisogno , dobbiamo essere disposti a metterci anche noi a servizio degli altri e spesso, purtroppo, il modo che troviamo di renderci utili alla società, non ci piace. Il mondo girerebbe molto meglio se ognuno potesse seguire le proprie aspirazioni e svolgere la professione che ama di più. Purtroppo un mondo in cui ognuno sceglie veramente liberamente come occupare il suo tempo, è allo stato attuale, irrealizzabile. Ci si ritrova così a lottare e a entrare in competizione per accaparrarsi i posti migliori. Qualcuno ce la fa. Tutti gli altri sopravvivono.