Italia Nostra

Articolo tratto dal sito "Italia dall’estero"
"Italia nostra"
Pubblicato giovedì 9 aprile 2009 in Spagna
[El Pais]

Pubblicato giovedì 9 aprile 2009 in Spagna
[El Pais]

Mi manca la mia Londra, mi manca l’odore di un paese che non mi è familiare, mi manca un miscuglio di lingue straniere e case in affitto e cibi che non sono abituata a mangiare. Mi mancano le etichette dei supermercati stranieri, diverse dalle nostre. Mi manca quella provvisorietà e instabilità e imprevedibilità della vita. Sono tornata a sentirmi irrequieta, a sentirmi fuori posto qui.
La mia inquietudine me la tengo stretta. Mi fa stare male, mi impedisce di vivere una vita equilibrata, spesso mi impedisce di stare al passo con la ferrea tabella di marcia che i miei numerosi impegni richiederebbero, ma me la devo tenere stretta. Ho avuto questa intuizione e non vi so spiegare bene il perché. Ma deve essere così, ci devo tenere alla mia inquietudine perché è quella che mi mantiene in vita. Qualche sospetto l’avevo avuto già da tempo. Soprattutto quando mi chiedevo perché cazzo mai ogni volta che raggiungo un po’ di serenità devo mandare tutto a puttane e mi devo mettere in qualche modo nella merda. Io ci sguazzo nell’inquietudine. E l’intuizione che ho avuto è questa: non che io sia felice di quella costante mancanza di terra sotto i piedi, di quell’agitarsi di pensieri e battiti accelerati e incapacità di stare ferma. No, non è piacevole, a volte è una tortura. Quante notti ho passato in macchina a vagare senza meta solo perché starmene a casa era uno strazio. Ma un breve attimo di conoscenza intuitiva mi ha suggerito che la mia inquietudine è il prezzo da pagare per qualcosa che vale infinitamente di più. Me stessa, il mio modo di essere, il mio rifiuto per i compromessi, la mia libertà. Per essere serena la gente rinuncia a qualcosa. Sogni, ambizioni, desideri e tutto quello che fa di noi stessi noi stessi. La serenità è una droga pesante, dà assuefazione. Per questo è difficile uscirne. Ma io ambisco a una serenità onesta e gratuita. Se mi deve rubare qualcosa allora non la voglio. E l’inquietudine è lo strumento che uso per cercare la felicità che ho in mente io. La mia idea di felicità che non coincide con quella che cercano di propinarmi. La felicità non è un uomo che mi vuole bene, una bella casa, un contratto a tempo indeterminato. La felicità è uno stato d’animo prima di tutto e proprio perché risiede dentro di me, non è ammissibile che sia in contrasto con una qualsiasi parte del mio modo di essere. Se per pagarmi la mia bella casa devo passare otto ore a fare un lavoro che non mi interessa la casa non la voglio. Un uomo che mi vuole bene non basta se non sono innamorata. Se non lo desidero come il primo giorno, se mi viene voglia di andare a letto con un altro. Certo in due è tutto più facile. Soprattutto è scongiurata la paura della solitudine. Ma preferisco il mio onesto star sola ad un confortante rapporto di affetto e di reciproca dipendenza senza amore. Ecco perché sono orgogliosa di accettare il pesante fardello della mia inquietudine. Solo chi ha una certa forza di carattere può sostenere questo peso, ma è proprio questo peso che spinge a cercarla ancora, la propria personale felicità, quella che non ti chiede di rinunciare a nessuna parte di te stesso.
-E ora veniamo a te mio luccicante amico, tu desideri un cuore. Non immagini quanto tu sia fortunato a non averlo, i cuori non saranno mai una cosa pratica finchè non ne inventeranno di infrangibili.

Laggiù,agli orli del calice sempre ricolmo, le acque tiepide arrossiscono come il vino. La fronte d’oro scandaglia l’azzurro. Il sole che si tuffa, sceso lentamente dal meriggio, va giù. E la mia anima sale. Stanca dell’erta che non ha mai fine. E’ dunque troppo pesante la corona che porto, questa mia corona di ferro di Lombardia? Eppure splende di tante gemme. Io che la porto non vedo i suoi lampeggiamenti lontani, ma sento oscuramente di portare una cosa che abbaglia e confonde. E’ ferro, lo so: non oro. Ed è anche spaccata, lo sento. Il suo bordo intaccato mi tortura tanto che il mio cervello sembra pulsare contro il metallo vivo. Sicuro, è un cranio d’acciaio, il mio; di quelli che scendono senza elmo nella zuffa più massacrante.
Arsura sulla mia fronte? Oh ci fu un tempo che l’alba mi stimolava generosamente e il tramonto mi dava sollievo. Ora non più. Questa luce bella non illumina me, ogni bellezza per me è angoscia, perchè non provo più gioia. So percepire il sublime e mi manca la bassa capacità della gioia. Sono dannato nel modo più sottile e perverso, dannato in mezzo al paradiaso! Buona notte! Buona notte!
Il capitano Achab
Ho ucciso un tasso. L?ho investito ieri sera con la macchina. Era tardi e avevo sonno e correvo come una pazza. E? sbucato dal nulla, non ho avuto tempo nemmeno di provare a frenare. La macchina ha sobbalzato e ho capito che avevo ucciso qualcosa. Ho fatto inversione e sono tornata a vedere. Ero terrorizzata da quello che avrei potuto trovare invece non c?era sangue, solo quel corpo peloso ancora caldo. Per fortuna non era agonizzante, l?ho ucciso sul colpo. Un?altra macchina si era fermata a vedere di che animale si trattasse. Un tizio è sceso e mi ha trovata in lacrime.
Il cadavere andava spostato dal centro della carreggiata altrimenti altre macchine gli sarebbero passate sopra e lo avrebbero squartato, ma non avevo il coraggio di scendere, di sentire il calore di quel corpo, ultima traccia della vita che avevo stroncato. Una volta trovai una volpe morta al centro della strada e mi fermai per toglierla di mezzo. Non mi fece molta impressione finchè non la toccai, era calda. Provai un dolore improvviso per quell?essere innocente e inconsapevole e piansi anche allora. Non lo so perché, ma il calore di un corpo senza vita mi commuove e mi terrorizza e ieri sera mi è tornata in mente quella volpe e mi è presa un?angoscia insostenibile al pensiero di dover toccare ancora un caldo corpo senza vita, stavolta ucciso da me. Quando il corpo si fredda diventa solo materia. Atomi e molecole che si disgregano e vengono riciclati, ma quando è ancora caldo, un corpo è come se contenesse ancora l?anima. Me ne stavo lì immobile, a piangere, a spiegare al tizio che ero stata io a ucciderlo mentre quest?ultimo, preoccupato per me, mi diceva che non era successo niente di grave e che l?importante era che non mi fossi fatta niente io. E? stato molto gentile, mi ha chiesto se me la sentivo di guidare fino a casa e mi diceva di stare tranquilla, mentre un suo amico prendeva per la coda la mia vittima e mi evitava così l?incubo di doverlo fare io. Ho continuato piangere per tutta la notte, a pensare che se fossi andata più piano quel tasso sarebbe ancora vivo e al buio se ne potrebbe andare ancora in giro a cercar da mangiare.

L?Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Significa che la società italiana è strutturata in modo tale che ogni individuo, attraverso la propria professione o mestiere, sia utile ai suoi simili, si metta a loro servizio. Nella società moderna c?è bisogno di tutte le figure professionali possibili immaginabili. Avvocati, notai, netturbini, muratori e semplici operai, medici, infermieri, scienziati, contabili, ingegneri, camerieri, baby sitter, informatici, fabbri, falegnami, autisti, ferrovieri, piloti e chi più ne ha più ne metta. Di nessuna di queste figure elencate (e di tante altre), la società moderna può fare a meno. Senza tutti questi lavoratori, crollerebbe presto l?economia e si vivrebbe nel caos, per questo bisogna avere un grande rispetto per tutta la gente che lavora.
Altre due celebri massime che riguardano il lavoro sono: ?il lavoro rende liberi? e ?il lavoro nobilita l?uomo? due frasi vere, di cui però, a pensarci bene, è vero anche l?esatto contrario. L?essere umano non è adatto all?inattività, l?ozio, se si prolunga oltre le tre settimane di ferie estive, ci aliena, ci deprime, ci spegne, anzi, ci mette in stand by , che è anche peggio perché siamo vivi,ma ci sentiamo morti. L?uomo ha bisogno di lavorare, per non sentirsi inutile e ha bisogno di uno stipendio per tirare avanti, per essere libero di comprare ciò di cui ha bisogno e anche qualcosa di superfluo. Avere uno stipendio che ti permette di mantenerti, ti da una dignità e per questo è grave il problema della disoccupazione e del lavoro precario. Ma è vero anche che la libertà è un concetto relativo e forse anche un po? utopico. Infatti, i primi a non sentirsi liberi, sono proprio i lavoratori. Con i giorni di permesso contati, le ferie programmate, gli orari da rispettare, la testa da abbassare con il capo; e riguardo al fatto che nobiliti? vallo a dire a un operaio che lavora in fabbrica e passa le sue otto ore davanti un nastro trasportatore a ripetere continuamente lo stesso movimento. Il problema è che pochissime persone hanno il privilegio di fare un lavoro che gli piace, la vita di tutti gli altri oscilla continuamente tra lo spettro dell?inattività e la realtà di un lavoro che odiano, a stretto contatto con persone che non sceglierebbero mai come amici. Dopo un periodo di disoccupazione (con tutti i problemi economici che ne derivano) anche il lavoro peggiore che si possa immaginare appare come una manna dal cielo, perché nella vita bisogna arrangiarsi, ma poi si scopre che una certa tranquillità economica non ha niente a che fare con la felicità, né con la qualità della vita. Serve solo a sopravvivere. Coi contratti che girano oggi, poi, oltre a fare un lavoro di merda (scusate se sono scurrile, ma l?espressione rende meglio l?idea), spesso non hai neanche l?indipendenza economica completa e sei costretto a vivere ancora coi tuoi genitori (nella migliore delle ipotesi).
Questa cosa della società fondata sul lavoro, poi, non è che l?abbiamo inventata noi, tante comunità animali ce l?hanno. Prendi le formiche o le api. Tutti insetti laboriosi che cooperano per la conservazione della popolazione a cui appartengono. Ora, io le formiche le ho osservate a lungo, è da quando ero piccola che ne sono affascinata e ancora oggi, che ho 26 anni, mi lascio ipnotizzare a lungo da questi animaletti quando me ne capita l?occasione. Ebbene, potrei sbagliarmi, ma non ne ho mai vista una che si ribellasse al compito che gli è dato di svolgere. Escono ed entrano continuamente dai loro formicai cariche di semi, briciole e ogni sorta di viveri, mantengono una fila ordinata e non ce n?è mai nessuna che fa la furba e cerca di acquattarsi per risparmiarsi qualche viaggio. Ogni formica sa che se l?inverno vuole mangiare, l?estate deve fare quel lavoro che le è direttamente utile. Forse è questo il problema, che l?operaio o l?impiegato che svolge un lavoro alle dipendenze di qualcun altro, non ha questa sensazione di fare qualcosa direttamente per se stesso, ma lavora costantemente per qualcun altro dietro compenso. Insomma, tutte le società (non solo quella umana) sono Repubbliche fondate sul lavoro, ma noi ci siamo complicati la vita con un sistema economico complesso e articolato all?interno del quale, tutti hanno bisogno di tutti, ma nel quale, per avere ciò di cui abbiamo bisogno , dobbiamo essere disposti a metterci anche noi a servizio degli altri e spesso, purtroppo, il modo che troviamo di renderci utili alla società, non ci piace. Il mondo girerebbe molto meglio se ognuno potesse seguire le proprie aspirazioni e svolgere la professione che ama di più. Purtroppo un mondo in cui ognuno sceglie veramente liberamente come occupare il suo tempo, è allo stato attuale, irrealizzabile. Ci si ritrova così a lottare e a entrare in competizione per accaparrarsi i posti migliori. Qualcuno ce la fa. Tutti gli altri sopravvivono.

Sui veri atleti ho da dire la mia. Ne conosco di veri atleti e atlete e di nessuno di loro si è mai parlato nelle pagine sportive dei TG e dei quotidiani. Vivono una vita anonima fatta di allenamenti al termine di una lunga giornata in ufficio o in qualunque altra parte svolgano il proprio lavoro. Incastrano faticosamente gli impegni agonistici con quelli lavorativi, sprecano giorni di ferie per andare a gareggiare, non sono i più forti di tutti, anzi, raramente arrivano primi e non percepiscono nessuno stipendio per allenarsi. Non verranno mai ospitati al Maurizio Costanzo Show, né a Matrix da Mentana come invece accade ad altri atleti che emergono in qualche disciplina e che vengono elevati al livello di piccoli eroi nazionali. Nessuno meglio di me può capire i sacrifici di questi ragazzi e ragazzi che entrano nei corpi militari col solo scopo di potersi dedicare completamente alla loro passione e vivere di essa. E? una vita di grandi sacrifici e grandi soddisfazioni alla quale ho aspirato anch?io per molti anni. Quando andavo a scuola avevo la scala delle mie priorità molto chiara. C?era l?atletica al primo posto in assoluto e tutto il resto veniva dopo, era secondario. Mi allenavo duramente tutti i giorni, non uscivo quasi mai con i miei amici perché dedicavo tutto il mio tempo a cercare di diventare un?atleta di cui potesse andare fiera l?Italia. Sognavo anch?io di entrare in un corpo militare ed essere pagata per correre, potermi dedicare completamente a quest?attività. Mentre i miei compagni scorrazzavano col motorino io sputavo sangue sul tartan, lottavo contro i crampi e l?acido lattico, contro il tempo, la fatica e la tentazione di rallentare per alleviare il dolore. Per qualche anno sono stata una delle quattrocentiste più forti d?Italia nella mia categoria e per il futuro tutti si aspettavano grandi cose da me. Insomma, ho rischiato di raggiungerlo il mio sogno di una vita da atleta professionista, ero sulla strada giusta e mi sarebbe bastato proseguirla, ma quello non era il mio destino. Me ne sono accorta nel periodo degli esami di maturità. Prima di allora l?idea di iscrivermi all?università non aveva mai sfiorato la mia testa. Prima di allora pensavo solo che non vedevo l?ora di finire la scuola per potermi allenare anche la mattina, invece in quel periodo mi capitò tra le mani la guida dello studente con tutte le facoltà della Sapienza e presi a sfogliarla stranamente interessata. Ciò che mi distolse dal mio obiettivo fu la riflessione sull?inutilità sociale dello sport. Voglio dire, tutti gli sport sono esperienze personali importantissime e chi non lo fa si perde moltissimo. Io stessa stento ad immaginare che tipo di persona sarei stata se nella mia vita non ci fosse stata l?atletica. Tutta la forza del mio carattere l?ho acquisita correndo e faticando e non credo di esagerare se dico che se nella vita non hai paura di metterti sui blocchi e partire allo sparo dello starter e farti un giro di pista senza risparmiarti, non hai paura di nient?altro, ma lo sport è importante solo per noi stessi, socialmente è una piaga. Basta pensare al mondo del calcio e a tutto quello che ci gira intorno. In questo periodo che tanto si parla dello scandalo delle telefonate tra Moggi e gli arbitri, ma di chi è la colpa? Non è forse di chi permette che tanti soldi girino attorno a un risultato? Ma quali tifosi traditi! Loro che pagano il biglietto dello stadio e guardano Biscardi e ?Contro Campo? fino a notte fonda sono i primi responsabili di questi scandali! Non c?è niente di male ad amare il calcio, ma se questo deve permettere gli stipendi scandalosi dei calciatori e i loschi magheggi delle società sportive, più che tradita io mi sentirei idiota a comprare ancora un biglietto per assistere a una partita. Che andassero a farlo lo sport anziché guardarlo, quante cose capirebbero!
Quanto tempo della mia vita ho trascorso a girare intorno a quella pista rossa! 400 m di ruvido tartan percorsi e ripercorsi instancabilmente e quanti anni prima di capire che se si corre in tondo non si arriva da nessuna parte, ma che è proprio da nessuna parte che si deve arrivare. Non si corre per un traguardo, si corre per correre,il gusto sta tutto lì. Bisogna solo saperlo afferrare, cercarlo tra la fatica e il dolore perché è lì che si trova, garantisco io che ce lo trovo ogni giorno e che continuo a girare in tondo cosciente che non arriverò mai da nessuna parte, ma incapace di fermarmi.
No, i veri atleti non sono questi giovani italiani che si distinguono a livello internazionale in qualche sport e che fanno vedere in televisione. Loro hanno prostituito la propria passione. Lo sport non dovrebbe essere parificato a un lavoro. Uno che nella vita fa solo l?atleta non può essere preso come esempio e modello e invece questo è ciò che vogliono farci credere. I grandi sportivi sono eroi perché contribuiscono a dare un?immagine gloriosa dell?Italia nel mondo. La verità è che ci girano intorno molti soldi e conviene a tutti che ci siano giovani volenterosi che sacrificano la propria vita per lo sport perché, certo, verranno pure pagati, ma chi ci mangia meglio sono i dirigenti e questo vale in tutti gli sport.
Non mi sento di aver tradito l?atletica, io mi alleno ancora duramente tutti i giorni, ma lo faccio alle 18.30, al termine di una giornata produttiva. E nei weekend gareggio per una modesta squadra romana che porta lo stesso nome della squadra di calcio più amata della Capitale (A.S. Roma), ma che non ha una lira per pagare le sue atlete. Mi tolgo le mie soddisfazioni perchè io ho bisogno di correre forte, ma ne ho bisogno per me, al resto del mondo non è di nessuna utilità. I veri atleti siamo noi che dividiamo il nostro tempo tra il sogno dello sport e la vita reale.

Auditorium della Conciliazione, Roma. Si sono spente le luci ed è entrato in scena vestito di una pelliccia da barbaro e un elmetto con le corna
?Non trattare non trattare la tua fede non trattare??
Il concerto si è aperto con questa canzone al termine della quale Vinicio c?ha offerto la sua immagine di ciò che eravamo tutti noi in quel teatro e di cos? erano lui e la sua orchestra:
?Eccoci in questo teatro che è come la bocca di una balena, le poltroncine rosse sono le gengive, voi siete i denti, quindi, mangiateci!?
Dopo un lungo applauso c?ha ringraziato per ?esserci cascati un?altra volta? e ha ripreso a cantare.
Sullo sfondo venivano proiettate ombre cinesi di draghi, donne, coppie danzanti e strani animali:
?Per sopperire al fatto di non essere stati forniti di una pipa da oppio all?entrata. Un? alternativa meno costosa e più legale.?
Introduceva ogni brano con brevi discorsi intrisi di quella sua peculiare poesia da vecchio saggio ubriacone che, come le sue canzoni, non sempre trova un senso nel susseguirsi delle parole, ma che proprio dove appare più incomprensibile all?analisi logica, riesce a trasmettere le sensazioni più inafferrabili.
Non è mancato un riferimento alla vicinanza del teatro alla Basilica di S. Pietro:
?Siamo a poche centinaia di metri dal luogo in cui l?anno scorso, proprio di questi tempi, la gente si accalcava e si metteva in fila per vedere quel feretro esposto in piazza e sui megaschermi, esposto alle fotografie dai cellulari, prendetene e mangiatene tutti.?
Nella prima parte dello spettacolo si è esibito in tutte le canzoni del nuovo album tranne una che si è tenuto per la fine. C?era un? atmosfera coinvolgente. In alcuni momenti la musica, i giochi di luce e le immagini proiettate, trasportavano in quella dimensione dalla quale riusciamo ad avere una struggente, angosciante, ma tuttavia esaltante, visione dell?esistenza umana come se ce ne trovassimo al di fuori, ma con la consapevolezza di esserci dentro.
In altri momenti canzoni più ritmate ti costringevano a battere le mani a tempo e ad un tip tap col piede. Non ti potevi astenere dal farlo, ma ancora riuscivi a stare seduto.
?Dalla parte di Spessotto? è stata dedicata agli spettatori dell?ultima fila del teatro (e a chi se non a loro?!).
Introducendo ?S.S. dei naufragati? ci ha narrato dello sciagurato capitano di una nave che, per le sue manie di grandezza, provoca il naufragio della sua nave con tutto l?equipaggio e prima di iniziare la canzone ha aggiunto: ?Una metafora sempre attualissima? con quel suo tono sornione, ironico e vago che rende più dei molteplici insulti che si suole fare a Berlusconi.
Esaurite le canzoni nuove c?è stata una breve pausa, interrotta presto dalle note di ?Marajà?. L?atmosfera si è scaldata e qualcuno ha iniziato a non resistere alla tentazione di alzarsi e ballare. Questa smania che ci stava prendendo un po? a tutti è stata acquietata da canzoni come ?Con una rosa? e ?Modì?, ma alle prime note de ?Il ballo di S. Vito?, nessuno ha più esitato, l?intero teatro si è alzato a ballare
?Il ballo di S.Vito non mi passa, il ballo di S. Vito non mi passa?
Così è andata avanti la seconda parte in cui non ha mancato di darci un consiglio che suonava più come un avvertimento:
?Votate con prudenza, votate con prudenza!?
(anziché ?guidate con prudenza? del testo originale).
Il concerto si è chiuso con ?Ovunque proteggi?. Per il pezzo che dà il nome al nuovo album c?ha voluto tutti in piedi a dondolare abbracciati.
Uno spettacolo che ha regalato quasi tre ore di fremiti intercalati da profondi momenti di raccoglimento interiore. Tante emozioni si sono succedute a risvegliarci un po? e a scaldarci l?anima perché
?L?emozione è tutto nella vita??